
Lunedì 28 gennaio – Kuala Lumpur
La nostra ultima tappa è Kuala Lumpur. Partiamo da Penang, che è un’isola ma è collegata alla terraferma da due lunghissimi ponti. Questo ci permette di scegliere il trasporto via terra piuttosto che via mare anche perché, da quando abbiamo scoperto il bus VIP, non vediamo l’ora di usufruirne. È comodo, confortevole, economico e veloce. Con il corrispondente di 10 euro a testa abbiamo il pick up direttamente in albergo che ci porta alla stazione urbana, la navetta per la stazione centrale da dove partono i bus per le tratte più lunghe e un bus dotato di ogni comfort che a metà strada ci dà anche la possibilità di scendere per sgranchirci un po’ e rifocillarci.

In circa 4 ore arriviamo a Kuala Lumpur, tranquilli e riposati, dopo aver viaggiato in una scorrevole e comoda autostrada. La stazione degli autobus è abbastanza centrale, così come il nostro hotel e perciò con il nostro solito taxi chiamato con Grab, ci arriviamo in poco più di 10 minuti. Il primo impatto con la capitale è entusiasmante, le strade sono trafficate ma in modo molto più ordinato rispetto a Penang. Esistono pure le strisce pedonali, raramente presenti a Georgetown e le auto, pur viaggiando veloci, sembrano più disciplinate. Mi sembra di essere a New York, tra grattacieli imponenti e ampi e ben curati spazi verdi, in mezzo a cittadini ben vestiti che corrono al lavoro con il classico bicchierone di Starbucks in mano. E tra loro turisti curiosi e accaldati con le loro infradito e i pantaloni corti.

Arriviamo al nostro hotel, il Verdant Hill, che rispecchia esattamente lo stile di questa città. Receptionist eleganti e curate in una hall immensa che fa da base a 18 piani al cui centro c’è una piscina circondata da altri grattacieli. Dopo aver vissuto tanti giorni in mezzo alla natura, ritrovarsi in un luogo che sembra un videogioco è davvero affascinante.

Le attrazioni a Kuala Lumpur sono molte ma una ha la priorità su tutte, le Petronas Twins Towers, due imponenti torri gemelle che con i loro 88 piani sono tra le più alte al mondo. L’avanzata tecnologia usata per la loro costruzione ha permesso di realizzare lo Skybridge, ossia un corridoio coperto che unisce le due torri e che, oltre ad essere utile per il passaggio da una torre all’altra, le rende uniche e particolari. L’architettura e il design esterni sono un mix perfetto tra linee tecnologiche che esprimono novità e simbologie legate alla tradizione islamica, riportandoci alla memoria la cultura e la religione di questo paese mescolato alla voglia di modernità e sviluppo. All’interno si trovano le sedi della compagnia petrolifera Petronas e di altre multinazionali, oltre ad un teatro con più di 800 posti, sede dell’orchestra filarmonica malese e ad un grande centro commerciale.
Percorriamo in fretta la poca strada che ci separa da queste torri simbolo di Kuala Lumpur, sempre con il naso per aria facendo a gara a chi le vede per primo. Ci sembra di intravederne una, in mezzo ad altri grattacieli ma non ne siamo sicuri. Ma finalmente, mentre i piedi quasi corrono, eccole lì, in tutta la loro maestosità. Spettacolari!! Non c’è parola che possa descriverle meglio. Capita spesso che le aspettative rimangano deluse dalla realtà ma qui non è proprio il caso. L’acciaio e il vetro delle 32.000 finestre che le compongono, donano loro un’incredibile luminosità e regalano a noi spettatori una vista davvero stupefacente. Ce ne riempiamo gli occhi ma vogliamo risparmiarcene un pò per quando sarà sera e saranno illuminate da un’infinita quantità di luci.

Ci avviamo a piedi verso Piazza dell’Indipendenza, un luogo che di solito è assente nelle culture orientali ma che qui, con i suoi elementi tipicamente inglesi, testimonia il passato coloniale della Malesia. Di fronte alla piazza si erge il palazzo del sultano Abdul Samad, imponente e bellissimo nel suo stile arabo. Le luci che lo illuminano cambiano colore in continuazione, donandogli un aspetto ancora più affascinante. Poco lontano ci sono delle fontane illuminate e un ponte che costeggia un canale fatto appositamente per creare gli spruzzi d’acqua.


Da lì raggiungiamo il Central Market, uno dei mercati più caratteristici di Kuala Lumpur. Abbiamo appena il tempo di dare un’occhiata veloce perché, con nostro disappunto, chiude alle 21,30. Peccato, perché avevo visto qualche oggetto interessante. Fa niente, mi rifarò un altro giorno. Così ritorniamo in albergo dove andiamo alla ricerca di informazioni per la visita all’interno delle Petronas. Scopriamo che si potrebbe fare direttamente il biglietto all’entrata ma sembra ci siano code lunghissime. Perciò, anche se più costoso, optiamo per l’acquisto del biglietto in internet. Per domani non c’è più posto, perciò prenotiamo per dopodomani alle 20,15, con consegna del biglietto direttamente in hotel. Tutto sommato non mi dispiace aspettare un giorno in più. L’attesa, quando è per una cosa bella, è sempre emozionante.
Martedì 29 gennaio – Batu Caves
Tra le varie attrazioni della capitale malese, ce n’è una che si trova un po’ fuori dal centro ma che sicuramente merita una visita. Sto parlando delle Batu Caves, delle grotte calcaree al cui interno si trovano dei templi induisti. Si trovano a circa 40 minuti dal centro e ci potremmo andare in bus ma il taxi con Grab è cosi economico e comodo che optiamo per quest’ultimo. Sarà un tragitto davvero piacevole perché conosceremo un simpatico tassista cinese che, a differenza dei soliti tassisti taciturni, ci intratterrà facendoci un po’ da guida e raccontandoci della sua famiglia: la madre è cinese e il padre è malese. La sorella, invece, ha sposato un indiano. Ride e fa sorridere anche noi quando ci spiega che le riunioni familiari racchiudono una moltitudine di tradizioni e colori che variano dal pallore della mamma cinese al marrone scuro di suo cognato e dei suoi nipotini indomalesi. Per non parlare delle pietanze. Ci racconta che quando ognuno porta qualcosa della propria tradizione, la mescolanza dei sapori è davvero incredibile. Guardo lui attraverso lo specchietto retrovisore e noto il colore leggermente ambrato della pelle su un viso e degli occhi tipicamente cinesi. Ci racconta anche che sua mamma è eccitatissima per l’arrivo imminente del capodanno cinese e che ha dato inizio alle decorazioni già da mesi, aggiungendone qualcuna ogni giorno. Il padre non segue la medesima tradizione ma partecipa serafico all’eccitazione della moglie.
Dopo circa 40 minuti arriviamo alle cave, la cui visita è gratuita. Notiamo immediatamente l’enorme statua che ci accoglie all’entrata del complesso. Rappresenta uno dei figli di Shiva, uno tra i più importanti dei per la comunità Hindu. Oltre ai suoi 43 metri di altezza e al suo colore interamente dorato, ci lasciamo colpire dall’intero contesto. Immediatamente dietro alla statua c’è una grande e ripida scalinata colorata che sembra incastonata tra il verde e le rocce retrostanti e che porta direttamente dentro le cave e, davanti alla scalinata, c’è un coloratissimo tempio indiano.

Nonostante moriamo dalla voglia di percorrere questa scalinata, ci soffermiamo a visitare il nostro primo tempio indù che ci conquista immediatamente. È come entrare in un altro mondo, ci si sente improvvisamente catapultati in India in un tripudio di colori e forme che rappresentano divinità, animali ed elementi cosmici. Ogni colore è così vivo e splendente che sembra di entrare in un dipinto e sembra di avvertire la gioia e l’armonia di questa incredibile cultura.

Mentre ce ne stiamo lì imbambolati, rapiti da questa incredibile visione, ci si avvicinano delle signore indiane che sembrano fare parte loro stesse del tempio, da tanto sono colorate e allegre e chiedono di fare una foto con me. Una mi accarezza il viso e dice qualcosa che non capisco ma in modo così dolce che deve essere per forza qualcosa di gentile.

Ci sono anche dei monaci che stanno officiando una funzione e disegnano anche sulla nostra fronte quel punto rosso a forma di goccia così tipico solo degli indiani. Ci sono diverse teorie sul significato di questo simbolo il cui nome è “bindi”. Mi piace pensare che serva a rafforzare il chakra della fronte che nella tradizione orientale è chiamato il terzo occhio perché consente di vedere il mondo attraverso la saggezza, aiutando a trovare la soluzione ai problemi e proteggendo dalle situazioni difficili e sfortunate. Ci sentiamo davvero onorati di poter partecipare a questa tradizione.

Con calma ci avviamo ai 272 scalini che portano alle cave. Vorremmo goderci ogni istante di questo percorso ma, mentre saliamo, la delusione si fa strada. Sugli scalini ci sono immondizie sparse ovunque e, mano a mano che saliamo e ci addentriamo nelle cave, ai rifiuti si mescola un cattivo odore dovuto alla presenza di galline, galli e scimmie che si muovono indisturbate senza che nessuno si preoccupi di pulire quanto rimane per terra. Qualche fedele è pure scalzo…Noi, da buoni europei siamo un po’ disgustati. Le cave sarebbero anche belle, così scavate nella roccia e cariche di simbolismo per la presenza di altri templi induisti ma, dopo una rapida occhiata non resistiamo più e ce ne scappiamo via. Andiamo in bagno e anche lì, nonostante si debba pagare per entrarci, c’è una sporcizia che ci fa rimescolare lo stomaco. Tentiamo di trovare la fermata dell’autobus per tornarcene in centro ma fa un caldo infernale e i dintorni delle cave sono così squallidi che non vogliamo rimanere un minuto in più e ci chiamiamo il nostro bravo taxi che ci riporta al nostro hotel dove ci sentiamo come re e regina nel loro castello.
Mercoledì 30 gennaio – Petaling street e Petronas by night
Non abbiamo ancora approfittato della nostra piscina tra i grattacieli e perciò lo facciamo ora.

Il sole fatica a passare in mezzo a questi edifici altissimi ma fa comunque caldo e perciò ci rimaniamo per un po’, prima di rituffarci nel caos di questa capitale, alla ricerca dei luoghi più interessanti. Tra questi, c’è sicuramente Petaling street, il cuore dell’antica Chinatown, ora strada chiusa al traffico e sede di un bel mercato turistico. Ciò che conquista immediatamente è il portone d’entrata, un grande arco in stile cinese che, assieme alle lanterne arancioni appese in tutta la strada, dà l’impressione di non essere in Malesia ma in Cina. Negozi, ristoranti e bancarelle di ogni tipo riempiono ogni spazio, ma ciò che sorprende è la quantità di chioschetti che vendono cibo. In questo mese tra Thailandia e Malesia ne ho visto davvero di ogni tipo, ma la fantasia umana nel creare nuove pietanze sembra proprio non avere mai fine. Delizia per occhi e palato.

Molto apprezzati qui sono anche i numerosi centri commerciali. Ce ne sono per gli amanti della tecnologia, della moda firmata e non, del cibo e di qualsiasi altra cosa. Quello chiamato Times Square ha pure delle montagne russe all’interno. Noi non riusciamo a trovarle ma il centro commerciale è così grande che non abbiamo voglia di girarlo tutto anche perché, se mai le trovassimo, a Miro non piace andarci e perciò che le cerchiamo a fare. Oggi ce la prendiamo comoda e girovaghiamo senza meta con l’unico scopo di cercare i souvenir da portare a casa. Gli oggetti più belli e caratteristici li troviamo al Central Market, foulard, saponi, tisane e prodotti derivati dal famoso durian. Il durian è considerato il frutto più puzzolente al mondo e in molti luoghi pubblici dell’Asia è perfino proibito. Qui ne fanno una prelibatezza, tanto da prepararne caramelle, succhi, biscotti e qualsiasi cosa si possa produrre con un frutto. Siamo curiosissimi ma la consistenza molle e il terrore di annusarlo ci frena dal provarlo. Ci azzardiamo solamente ad assaggiare delle caramelle. La consistenza è gommosa e il colore è marrone chiaro, sembrano caramelle al mou ma il gusto è decisamente differente, un mix di dolce e piccante assieme, con un retrogusto di spezie che rimane attaccato alle papille gustative per ore. Viene proprio da chiedersi perché sia così amato e costoso rispetto agli altri frutti. Che sia solo una questione turistica-economica? Anche noi, sebbene non ne rimaniamo rapiti, ne prendiamo qualche sacchetto per i nostri amici. L’idea di regalare caramelle derivanti da un frutto che in Italia nessuno conosce e che viene considerato come il più puzzolente al mondo ce lo fa risultare simpatico e originale.

Basta shopping, si va a prepararsi per l’evento della serata, la salita alle Petronas. Percorriamo a piedi la strada che ci porta alle torri, beandoci del tramonto e delle prime luci che cominciano ad accendersi in questa scintillante città. Il parco adiacente alle torri è davvero bellissimo, con un’enorme fontana che in verità si potrebbe chiamare lago per quanto è grande, confinante con un grande polmone verde che ricorda un po’ il Central Park di New York, dove molte persone fanno jogging, esercizi ginnici o semplicemente una passeggiata o un giro in bici. Un largo cerchio con bar e ristoranti fa da contorno al tutto.



E ora via, verso le Petronas. Arriviamo con un po’ di anticipo ma comincia già a fare buio e perciò possiamo finalmente vederle illuminate. Anche di sera, come di giorno, forse anche grazie alle numerose foto che abbiamo visto, sono proprio come ce le immaginavamo, imponenti e stupefacenti. Facciamo un miliardo di foto e non siamo gli unici, i turisti sono davvero numerosi, tutti col naso per aria ad ammirare quest’opera ingegneristica di grandissimo effetto. Ci riempiamo gli occhi più che possiamo ed entriamo, pronti a metterci in fila per l’ascensione. Si entra a gruppi di circa 20 persone. Un’hostess ci accompagna e ci fa salire sul primo ascensore che in pochissimi secondi ci porta al 40mo piano, dove si trova il ponte che attraversa le due torri. L’unica cosa che ti fa percepire l’altezza sono le orecchie che si chiudono, per il resto non ci si accorge di niente, sembra di essere appena saliti sull’ascensore e invece si è già arrivati. Scendiamo per camminare e ammirare il corridoio. Bello vedere la città dall’alto, con tutte quelle luci tutto attorno e le persone così piccole. Poi, in gruppi più piccoli, prendiamo un secondo ascensore che ci porta all’80mo piano. Qui sì che ci si sente altissimi. Appena si esce dall’ascensore ci si trova di fronte la punta dell’altra torre, con quella sua forma esagonale così particolare e luminosa, sembra fatta di cristallo e argento. Guardo giù e le persone mi sembrano quasi invisibili ma approfitto dei binocoli messi ad ogni angolo per vederle meglio. Riesco ad individuare un campo di calcio con i giocatori che si allenano in notturna e dei meravigliosi rooftop con piscina. È tutto così colorato e vivo. Lo skyline è davvero unico. Rimaniamo qui finché la nostra accompagnatrice ci chiama per ritornare, ma siamo soddisfatti della visita e torniamo volentieri coi piedi a terra.



Giovedì 31 gennaio – Little India
Oggi si torna in patria! Il nostro aereo è nel tardo pomeriggio perciò ci rimane il tempo per un ultimo giro. Durante questo viaggio ci (veramente più io che Miro) siamo appassionati alla cultura indiana e scegliamo di visitare la Little India. Passiamo prima per la stazione centrale per raccogliere qualche informazione per la navetta che va all’aeroporto. Scopriamo che sarebbe più costosa del taxi e perciò, con nostra grande felicità, scegliamo ancora una volta la comodità di Grab. Niente valige da trascinare in giro per stazioni e lunghi corridoi da percorrere con caldo e pesi al seguito ma comodo pick up in albergo con scarico direttamente all’entrata dell’aeroporto. Niente di meglio per finire in bellezza questo nostro lungo viaggio. Il quartiere indiano è poco lontano dalla stazione e lo raggiungiamo a piedi, godendoci quest’ultimo sole e questo caldo ben sapendo che, in Italia, ci aspettano temperature ben diverse. Capiamo subito di essere arrivati perché veniamo accolti da una lunga via piena di musica e colori. I negozi sono un’esplosione di colori. Stoffe, sete, sari, foulard e abiti di incredibile bellezza. Provo a fare qualche acquisto ma difficilmente si riesce a trattare sui prezzi. Del resto, sono capi così belli che pagarli meno sembrerebbe un’ingiustizia.


Entriamo nei piccoli supermercati dove sembra davvero di essere in India, con spezie di ogni genere esposte alla vista e al naso dei possibili acquirenti. E cosa dire dei ristoranti? La pulizia non è certamente il loro punto forte ma la quantità e bontà di pietanze che mettono in mostra ci entusiasma non poco. Ci sediamo a mangiare e, poco coraggiosi, ordiniamo quelle poche cose che conosciamo della cucina indiana. Vicino a noi si siedono delle ragazze spagnole. Fanno l’errore o meglio, la scelta giusta, di chiedere consiglio al proprietario. Non l’avessero mai fatto! Questo parte in quarta e nel giro di 10 minuti deposita sul loro tavolo una tale varietà e quantità di cibo e bevande che lascia loro (e noi) senza parole. Che gioia vederle buttarsi a capofitto in questo cibo, mangiando con le mani e assaggiando ogni cosa con la curiosità e l’allegria di giovani donne in vacanza. Peccato avere già la pancia piena e non poter condividere qualche curioso assaggio. Lasciamo questo ridente quartiere con il sorriso sulle labbra e ce ne torniamo in albergo a prepararci per la partenza.

Che dire? Alla fine di ogni viaggio si tirano le somme e quelle che tiriamo noi sono davvero positive. La Thailandia è stata una felice conferma, tanto ci era piaciuta l’anno scorso e tanto ci è piaciuta quest’anno. Il clima, la gente, i luoghi, il mare, l’atmosfera e perfino il cibo che l’anno scorso non ci aveva entusiasmato, questa volta ci hanno conquistato.
La Malesia è stata una scoperta interessante, con la sua mescolanza di culture e religioni, con la sua natura incontaminata e le sue metropoli moderne e tradizionali insieme, le sue spiagge e il suo mare dal colore e dal fondo fangoso.
Anche in questo, come in ogni nostro viaggio, abbiamo cercato di godere di ogni momento e di afferrare tutto il buono che un’esperienza come questa poteva offrirci, con la moltitudine di conoscenze, impressioni e stati d’animo sia positivi che negativi che faranno per sempre parte del nostro bagaglio. In 10 anni di viaggi questo bagaglio è cresciuto un bel pò ma, a differenza delle valige che si riempiono sempre troppo in fretta, questo è ancora lontano dall’essere pieno, perciò…Let’s go!!

The End





