Viaggio itinerante tra Thailandia e Malesia – 5à parte – Penang

Penang

Giovedi 24 gennaio – Penang

Eccoci pronti per una nuova partenza. Solito taxi con Grab e via con il traghetto che, in poco più di 2 ore, ci porta a Penang. Questa è la nostra seconda tappa in Malesia e abbiamo scelto Penang perché il suo capoluogo, Georgetown, è patrimonio dell’Unesco e perché, volendo visitare successivamente Kuala Lumpur, si trova giusta in mezzo tra la nostra ultima meta e la prossima.

Penang View

L’hotel si trova in pieno centro storico, a Georgetown, ed è davvero molto bello. La caratteristica di questa città è quella di essere stata una colonia britannica per molti anni e questo le ha lasciato in eredità un gran numero di edifici in stile coloniale inglese. Il nostro hotel è uno di questi ma ciò che lo rende maggiormente affascinante è il mix tra lo stile inglese all’esterno e l’atmosfera orientale all’interno, con arredamenti in legno scuro e fontane decorative dove l’acqua zampilla 24 ore al giorno.  Nella hall, in bella mostra, ci sono delle biciclette giuste per la nostra voglia di partire immediatamente alla scoperta di questa nuova città che ci è stata dipinta in modi assai diversi e contrastanti. C’è chi l’ha trovata:  “oh yea… an interesting city” ; chi ci dice: “mmm…for one or two days it’s ok”; chi ci suggerisce: “oh yes, you have to see it”… E poi ci sono i siti che ne parlano come della perla della Malesia, decantandone le spiagge, la natura, l’architettura e la storia. Adesso sta a noi capire come sia davvero. La prima cosa che notiamo è il traffico. Aiuto!!! Mai vista una cosa simile. Noi e le nostre bici rischiamo spesso di essere investiti, perfino gli autobus, che di solito rallentano passandoci di fianco, ci sfiorano e non tolgono mai il piede dall’acceleratore. Non esistono le strisce pedonali e se per caso sbagli corsia per svoltare a destra o sinistra, avresti perfino il tempo di fare una partita a carte prima di riuscire ad attraversare. Facciamo quello che possiamo e andiamo a zonzo dirigendoci verso la costa dove si trovano raggruppati i vecchi edifici inglesi che hanno reso così popolare questa città. Sarà il caldo, la stanchezza del viaggio o la paura di finire stecchiti sotto qualche auto ma la prima impressione non è buona. Qualche bel palazzo c’è davvero ma ci sono anche moltissimi edifici fatiscenti con muri scrostati e insegne pubblicitarie ovunque. Probabilmente la colpa della nostra delusione sta nelle aspettative che avevamo. L’idea di un centro storico patrimonio dell’Unesco ci aveva fatto pensare a file di case ordinate e pulite, incorniciate da un mare trasparente e da giardini fioriti e curati.  Boh, forse è solo troppo caldo perciò giriamo la bici per tornare in albergo ma sentiamo della musica e ci lasciamo guidare verso un coloratissimo quartiere, il Little India. Sono circa le tre di pomeriggio e i negozi stanno cominciando ad aprire. Le vetrine sono bellissime, con tutti quelle stoffe e quegli abiti dai colori vivaci e dai modelli così sensuali…prima o poi riuscirò ad indossarne uno… Ma ora la priorità è il cibo. Troviamo un locale piccolo ma molto caratteristico che ci ispira moltissimo. Ci sediamo mentre il proprietario comincia a preparare delle specie di crepes su una grande piastra calda. Essendo la nostra prima esperienza con la cucina indiana, ordiniamo indicandogli quello che sta preparando e scopriremo quella che diventerà una delle mie pietanze preferite, il roti canai, una specie di focaccia leggermente dolce fatta con uova, farina e olio. Ce lo portano in un vassoio con 3 tipi di salsa di cui conosciamo ben poco. Una somiglia alla nostra minestra di verdura, la seconda è a base di pollo e la terza è con il cocco. Ordiniamo anche dei samosa, fragranti gusci di pasta fritta farciti con un mix di patate e verdure. Strabuonoooo!!!! Mi sembra ancora di sentire il gusto e la consistenza del roti canai servito caldo e morbido accompagnato da quelle meravigliose salse…oh mamma!!! Quando poi ci portano il conto, non ci possiamo credere. La Thailandia e la Malesia sono molto economiche ma spendere l’equivalente di 2 euro è  da non credere. Questa città non è poi così male.

Little India – Penang

La sera ci dirigiamo alla Love lane, una via famosa per i suoi locali che offrono aperitivi e qualsiasi tipo di alcol e stuzzichino. È molto affollata, conosciamo anche un ragazzo di Bologna appena arrivato che ci chiede qualche consiglio e il proprietario di un locale che vuole una foto assieme a noi. È così curioso osservare la varietà della gente che passa di qui, dal backpacker che si adatta a tutto, alla ragazzina smorfiosa che non sa cosa mangiare e che si starà chiedendo cosa mai ci fa qui ai turisti che, come noi, stanno nel mezzo e, nonostante le abitudini italiane di pulizia, igiene e ordine, si adeguano e godono di ogni cosa, compresa questa città, così spenta e afosa di giorno ma così luminosa e frizzante di sera.

Love lane – Penang

Venerdì 25 gennaio Penang Hill

L’isola di Penang, come tutte le isole malesi, ha numerose colline dove, assieme ad un’aria più frizzante, si può godere di un bel panorama. Chiaramente bisogna andarci quando il tempo è bello ma noi siamo fortunati e ci alziamo col sole. La colazione al Museum hotel è davvero di prim’ordine. Un grandissimo vassoio rotondo imbandito con pane, brioche, frutta, yogurt oppure uova, bacon, ecc, ecc. La sala da pranzo è luminosa, da un lato è aperta e dà su una piccola piscina attorniata da piante.  Non male svegliarsi così.

Breakfast at Museum Hotel – Penang

Andiamo subito a noleggiarci un motorino perché l’isola è abbastanza grande e per arrivare alle colline ci si impiega circa un’ora. Per la prima volta troviamo un motorino e dei caschi praticamente nuovi. Anche qui, non avendo la patente internazionale, non c’è la possibilità di fare l’assicurazione ma noi incrociamo le dita sperando che non succeda niente di brutto.

Attraversiamo gran parte dell’isola e ci stupiamo di fronte alla moltitudine di grattacieli che ci sono, sia a scopo turistico che abitativo. Scopriremo poi che Penang possiede moltissime industrie che vanno dalle metallurgiche alle alimentari, con conseguente richiesta di abitazioni e uffici per chi ci lavora. Inoltre, nonostante a nostro avviso ci siano siti turistici migliori, è una meta assai frequentata da viaggiatori di tutto il mondo. Percorriamo curiosi i chilometri che ci separano dalla funicolare che ci porterà a Penang Hill, sbagliamo strada una sola volta ma finalmente troviamo l’entrata e ci mettiamo in fila in mezzo a gente per lo più asiatica. Nonostante ci fosse stato detto che il turismo è per gran parte europeo, di europei ne incontriamo davvero pochissimi.

Nice group in Penang Hill

Venti minuti di funicolare ci portano a Penang Hill dove ci incamminiamo per un bellissimo sentiero completamente immerso nel verde e da dove possiamo vedere il bellissimo panorama sottostante e godere di un’aria che è davvero refrigerante, rispetto all’afa cittadina. Pagando un modico biglietto, visitiamo anche un curatissimo giardino botanico dove stiamo tutto il tempo con il naso per aria per vedere le varie specie animali che vivono qui. In verità riusciamo a vedere ben poco, solo uno scoiattolo e qualche farfalla. Probabilmente c’è troppa gente e gli animali, sentendosi disturbati, preferiscono rimanere nascosti. Raggiungiamo un piccolo ponte sospeso assai interessante, non tanto per il panorama ma per le tabelle esplicative riguardanti il ruolo di queste colline nell’antichità dove i colonizzatori inglesi, nei primi anni del 1800, fecero costruire alcuni bungalow sia per cercare refrigerio dal calore delle città che per curare la malaria. In uno di questi bungalow, adibito a sanatorio,  si può ancora vedere parte dell’attrezzatura usata per curare i malati. Sembra di entrare nelle atmosfere del film “il paziente inglese” con questi edifici bianchi dai muri spogli e con i mobili in legno scuro. 

Sanatorium – Penang Hill
Penang Hill
Botanic Garden – Penang Hill

Ci fermiamo a mangiare qualcosa al bar del giardino botanico che, oltre ad essere magnificamente immerso nella natura, offre dei meravigliosi spuntini e un cappuccino davvero ottimo.

Con gli occhi pieni dei colori della natura ce ne torniamo verso Georgetown e le sue spiagge. Sicuramente le più belle spiagge di Penang sono altrove perché qui ci sono solo altissimi e lussuosi hotel che costeggiano una spiaggia praticamente inesistente e un mare che tutto può essere fuorché azzurro. Ci imbattiamo nel bel palazzo del comune che, assieme ad alcuni altri edifici molto simili, sedi di banche o assicurazioni, ha un’aria davvero molto British. In mezzo a tanto candore spunta un coloratissimo street market dove tutti i piatti sono coperti di una salsa rosso fuoco, il chutney. Come non provarlo? Così ordiniamo un po’ di pesce fritto che viene tagliato a piccoli pezzi e coperto di questa salsa che è piccante ma buonissima. In questo viaggio di certo non moriremo di fame!

La sera camminiamo verso La Komtar tower, una delle torri più alte dell’Asia famosa per il suo 58mo piano, dove si trova un corridoio trasparente dal quale si può godere della vista a 360 ° Di Penang. Miro, sempre poco amante di ascensori e altezze, non è molto entusiasta della mia idea di salirci, perciò optiamo per stare coi piedi per terra, ci rifaremo alle Petronas towers a Kuala Lumpur. Mentre ci avviciniamo alla Komtar, notiamo due lunghe file di persone in attesa di non sappiamo bene cosa. Sicuramente non è la fila per entrare nella torre perché ci sono parecchie persone anziane, qualcuna dall’aspetto molto povero e sofferente. Man mano che ci avviciniamo all’inizio della fila vediamo alcune persone che distribuiscono delle borse rosse con cibo e bevande. Ci guardiamo intorno e, in ogni angolo, vediamo quelli che hanno già avuto la borsa, seduti su uno scalino o su un marciapiede, a mangiare umilmente quanto gli è stato dato. Ancora una volta siamo increduli per le contraddizioni che esistono in questo paese. Lo stridente contrasto tra una modernissima torre, in un quartiere ricco di hotel e negozi di lusso e questa tristissima povertà.

Sabato 26 gennaio Penang National Park

Oggi si va al Parco Nazionale di Penang che, con i suoi 10 km circa di superficie, è il più piccolo della Malesia. Presenta una folta vegetazione tropicale al cui interno si possono vedere molte specie animali tra cui varani, scimmie e aquile. La superficie include anche un lungo tratto di costa e qualche spiaggia, la più famosa delle quali è Monkey beach. Il parco ospita anche un lago meromitico, le cui acque si mescolano a quelle del mare.

 Per arrivarci, sempre col nostro due ruote, percorriamo una strada che passa per la più famosa spiaggia dell’isola, Batu Ferringhi, che vogliamo tenerci per domani dato che sarà l’ultimo giorno qui. Vediamo anche una serie di bellissime baie semideserte. Ce n’è una che ci incuriosisce perché è delimitata da scogli sia a destra che a sinistra ed ha un bel parco di palme nel cui centro c’è un vecchio ristorante in disuso che dev’essere stato molto romantico, tutto in legno e con uno steccato a colonne interamente bianco. Provo ad immaginarlo con i tavoli adagiati sulla sabbia, coperti di candide tovaglie bianche e illuminati dalla luce del tramonto e dalle candele, con i clienti che degustano un buon bicchiere di vino. È davvero un peccato non poterlo vedere così.

Continuiamo per la nostra strada fino all’entrata del parco dove, prima di entrare, bisogna riempire un modulo con i dati personali e il motivo della visita. Ci sono parecchi ragazzi in fila, tra loro c’è anche un romano che vive a Sri Lanka ed è qui in vacanza con un amico che vive in Nuova Guinea ma è argentino. Tra loro parlano spagnolo. Sono sempre così stupefatta da questo mix di popoli e lingue e dalla voglia di scoprire e viaggiare che accomuna così tanti giovani.

La visita al parco prevede varie alternative. Si può andare e tornare a piedi fino a Pantai Kerachut, una spiaggia dove ha sede un centro per la conservazione e lo studio delle tartarughe, oppure ci si può andare a piedi e tornare in barca passando per Monkey beach. Scegliamo la seconda opzione e ci incamminiamo chiacchierando col ragazzo di Roma che ci chiede qualche informazione sulle mete tailandesi e malesi che abbiamo già visto. Ci sentiamo un po’ come guide turistiche. Passiamo per il lago meromitico che però adesso è praticamente asciutto e sembra più una palude che un lago. Visitiamo la riserva di tartarughe. Ce ne sono alcune molto belle immerse in grandi vasche e un piccolo museo con qualche spiegazione sulla loro vita. Non c’è molto altro da fare e facciamo una passeggiata in spiaggia dove c’è un caratteristico molo di legno dove arriva la nostra barca a prenderci per portarci dall’altra parte del parco.

Pantai Kerachut Beach

Mentre ci avviciniamo a Monkey beach, il marinaio ci mostra delle rocce dalle forme di animali quali conigli e coccodrilli. Non ci avrei fatto caso ma, adesso che me lo fa notare, direi che ci assomigliano proprio. Arriviamo in spiaggia ma, appena sbarcati, rimaniamo di sasso nel vedere una spiaggia sporca e tenuta malissimo. Ci sono delle vecchie baracche mezze diroccate che fungono da bar ma che offrono assai poco e dove non ti viene davvero voglia di fermarti. Ci sono anche alcuni bungalow che ospitano qualche nostalgico figlio dei fiori. La spiaggia non sarebbe male, così selvaggia e ombreggiata da alte piante, ma la trascuratezza e il disordine che vi regnano la rende orribile. Nemmeno il colore dell’acqua aiuta, così torbida e marrone. Eravamo d’accordo col marinaio di rimanerci circa un’ora ma gli facciamo cenno che venga a prenderci e ce ne scappiamo subito. Nella mia mente rimarrà come la peggior spiaggia mai vista.

One person bungalow? Monkey beach – Penang

Tornando verso Georgetown, ripassiamo per Batu Ferringhi e vediamo che stanno preparando le bancarelle per il night market, considerato il più grande di Penang. Avevamo letto grandi cose sui night market della Malesia, pieni di ogni genere di merce a buon prezzo.  Decidiamo perciò di ritornarci la sera per prendere qualche souvenir da portare in Italia.  Torniamo in hotel per rinfrescarci e poi chiamiamo un taxi. La strada è lunga e stretta e ritornarci in motorino di sera non è consigliabile. La prima cosa da fare nei night market è mangiare. Scopriamo una grande piazza piena di street food e sperimentiamo un nuovo tipo di ristorazione: prima ci si sceglie un tavolo e poi si va a curiosare in tutte le bancarelle il cibo che si vuole prendere. Si ordina e si dà il numero del tavolo, sarà poi cura del cameriere cercare il tavolo e portarti quello che hai scelto, dietro pagamento immediato. È bellissimo ordinare tra mille tipi di cibo diverso spaziando dall’ indiano al malese, dal tailandese all’europeo, il tutto in un suolo luogo, lasciando libero sfogo al gusto e alla vista. Ritrovo il roti canai, il pane indiano, e mi ci butto a pesce. Che delizia!

Night market Batu Ferringhi – Penang

Soddisfatti e con la pancia piena ci immergiamo tra le bancarelle alla ricerca dell’affare del secolo. Purtroppo non è come ci aspettavamo. Non c’è niente di particolare, cose tutte uguali e di scarsa qualità. Pazienza, ci rifaremo a Kuala Lumpur.

Mentre pensiamo di chiamare un taxi per tornare in hotel, vediamo passare degli autobus e ci ricordiamo di aver letto che ce n’è uno che va fino a Georgetown. Ci informiamo in biglietteria e ci confermano quanto sentito. Il taxi non è caro ma l’autobus è davvero molto economico perciò attendiamo circa 10 minuti e lo prendiamo. A parte il fatto che l’autista sembra Niki Lauda e che l’aria condizionata è regolata a circa zero gradi, impieghiamo meno tempo che in taxi e arriviamo sani e salvi.

Domenica 27 gennaio: Batu Ferringhi Beach e Kek Lok Si

Se non approfittiamo oggi di prendere il sole, non potremo più farlo, visto che siamo in dirittura d’arrivo. Torniamo a Batu Ferringhi perché sembra essere l’unica spiaggia attrezzata di Penang. Ieri avevamo visto un posto carino vicino a Starbucks che, oltre ad offrire buon caffè e buon cibo, ha un bagno pulito e il wi-fi libero. Con la nostra stuoia ci accampiamo nella spiaggia adiacente e ce ne stiamo un po’ a poltrire. La gente non è molta, forse anche perché l’acqua, come in tutti luoghi malesi da noi visti finora, non è molto bella e non invita al bagno. Mentre guardiamo verso il mare vediamo una cosa scura saltare tra le onde. Pensiamo immediatamente ad un pesce e invece no, è una lontra. È incredibile, mai avremmo pensato di vederne una così vicina, fluttuante libera e tranquilla proprio vicino a noi. Quello che invece non è vicino a noi è il sole. Le nubi sono leggere ma rimanere qui sotto questo cielo poco azzurro non ci piace e partiamo alla volta del Kek Lok Si, un grande tempio buddista la cui particolarità è di contenere al suo interno tre diverse religioni. La base è ottagonale, come da tradizione cinese ma con la presenza di elementi dell’architettura tailandese e la sommità in stile birmano, a testimoniare il sincretismo presente in tutta l’isola. Ecco, se dovessi, in una sola parola racchiudere l’essenza di Penang, userei proprio “sincretismo”. Questa fusione tra culture, religioni, usanze e tradizioni dei diversi popoli che vi si sono insediati nel tempo e che ancora coesistono creando un mix affascinante sia nel popolo che nell’architettura.

Il tempio è molto bello, ricchissimo di decorazioni e colori, dagli innumerevoli Buddha agli oggetti devozionali di ogni stile ed epoca. Nel punto più alto, raggiungibile sia a piedi che via funicolare, c’è una statua alta 30 metri raffigurante il Buddha della misericordia. Il tempio, nella sua interezza è davvero maestoso. Ci sono operai dappertutto che stanno preparando il tempio per il capodanno cinese con una quantità di luci, decori e fiori che mai avevamo visto per una festa, sia pure un capodanno. La comunità cinese è molto numerosa in quest’isola e questa festività è assai sentita. È davvero un peccato non potervi assistere e doversi accontentare di alcune foto appese dentro il tempio.  Tornando a piedi verso il parcheggio ci cade qualcosa sulla testa. Alziamo gli occhi e vediamo delle scimmiette che saltano da una pianta ad un’altra sbucciandosi degli strani frutti e gettando le bucce a terra. Ma non sono normali scimmie, sono langur dagli occhiali, delle dolcissime scimmie che sembrano indossare occhiali bianchi. Nella nostra visita di qualche giorno fa al giardino botanico di Penang Hill, le avevamo cercate in continuazione, facendoci venire il torcicollo per rimanere col naso all’insù ma non ne avevamo vista neanche una. E ora, quando meno ce lo saremmo aspettato, eccole lì, in tutta la loro dolcezza e simpatia.

Kek Lok Si Temple – Penang
Bodhisattva – Kek Lok Si Temple

Pienamente soddisfatti della nostra esperienza odierna, torniamo verso Georgetown. Ci fermiamo a cenare e conosciamo un signore australiano di circa 70 anni che viaggia da solo perché, a suo dire, è libero di decidere cosa fare o non fare, senza dover rendere conto a nessuno. È pur vero che è reduce da qualche bel boccale di birra, però è simpatico e gode di quella saggezza ed esperienza che si acquistano solo con l’età.

Diamo un’ultima occhiata alle luci notturne di questa isola così controversa e a suo modo interessante e ce ne torniamo in hotel dove la preparazione delle valigie e una buona notte di sonno ci attendono.

To be continued…

Lascia un commento